«Sito
in lavorazione». Da ieri è bloccata anche
l'edizione on line del quotidiano algerino Le Matin,
indipendente e di sinistra. Il dissanguamento della
stampa libera algerina continua. Ma quella di Le Matin
è la storia di una morte - che speriamo non definitiva
- annunciata. Il direttore e il suo giornale sono stati
travolti da quella impostura di cui lo stesso Mohamed
Benchicou parla nel suo libro: «Bouteflika, une
imposture algerienne». Sembra una storia di altri
tempi, di quando la stampa indipendente non era ancora
il fiore all'occhiello che l'Algeria vantava nei confronti
degli altri paesi arabi. Sebbene Benchicou non sia l'unico
giornalista finito in carcere negli ultimi tempi in
Algeria, ci limitiamo a parlare del suo caso perché
è strettamente legato alle vicende del suo giornale,
fin dalla nascita.
Il direttore
di Le Matin è stato condannato a due anni di
carcere, senza condizionale e senza possibilità
di appello (contrariamente a quanto previsto dal sistema
giudiziario algerino), il 14 giugno scorso, dopo un
processo sommario, per «trasferimento illegale
di capitali»: si trattava di buoni di risparmio
bancari algerini, trovatigli in tasca il 23 agosto mentre
tornava da Parigi (buoni che possono essere emessi e
riscossi solo in Algeria, vedi il manifesto del 9 agosto).
Una settimana dopo l'incarcerazione di Benchicou, la
sede del giornale veniva messa sotto sequestro per «evasione
di imposte» e venduta all'asta il 26 giugno per
una modica cifra. Le Matin, comunque, continuava ad
essere nelle edicole. Finché la tipografia (statale)
non ha chiesto il rientro immediato dei debiti del giornale
e ha respinto ogni possibilità di scaglionamento
dei pagamenti, sospendendo dal 26 luglio la stampa del
giornale che tira, o tirava, oltre 100.000 copie.
Da allora, e
fino a ieri, i giornalisti hanno resistito pubblicando
esclusivamente l'edizione on line. Ma da ieri la scritta
«sito in lavorazione» è sintomo di
gravi presagi. E' noto che da
anni le autorità algerine usano i debiti accumulati
da tutti gli editori nei confronti delle tipografie
come mezzo di ricatto per mettere a tacere i giornali
che più nuocciono all'immagine del governo, ma
questa volta l'accanimento nei confronti di Le Matin,
nonostante la mobilitazione nazionale e internazionale,
sembra molto più pesante. E viene attribuita
soprattutto alla pungente critica nei confronti della
politica del presidente contenuta negli articoli e soprattutto
nel libro di Benchicou che, quasi clandestinamente,
ha venduto 70.000 copie in Algeria e molte di più
in Francia. Ma evidentemente
non si vuole colpire solo il direttore ma anche il suo
giornale.
Le Matin è
nato nel settembre del 1991, per iniziativa di un gruppo
di giornalisti provenienti dallo storico giornale comunista,
Alger Républicain (della cui redazione aveva
fatto parte anche Albert Camus), che aveva ripreso le
pubblicazioni dopo l'introduzione del pluripartitismo
e che tirava allora 150.000 copie. Il gruppo dei
fondatori di Le Matin aveva lasciato Alger Républicain
in seguito a una crisi del giornale provocata, nella
primavera del 1991, dalla decisione del Pags (Partito
dell'Avanguardia socialista, comunista) di imporre un
direttore esterno al collettivo e una linea politica
«dogmatica», non condivisa dalla maggioranza
dei giornalisti, che pure erano militanti del partito,
come ci ricorda uno di loro, Hassane Zerrouky.
Tra i giornalisti
che lasciarono il giornale, dopo tre mesi di crisi,
vi era anche Mohamed Benchicou, allora redattore capo
di Alger Républicain. Della redazione di Le Matin,
che rivendica la sua indipendenza dai partiti, fanno
parte giornalisti provenienti dalle fila comuniste,
ex trostkysti e giovani senza appartenenza politica.
Tuttavia la linea del giornale è ben definita
sia sul piano interno che internazionale. Tra le sue
battaglie: quella per la separazione del religioso dal
politico (laicità) senza compromessi con gli
islamisti, per il riconoscimento dei diritti delle donne
e l'ufficializzazione della lingua berbera (tamazight).
Il giornale è inoltre particolarmente impegnato
a sostegno dei movimenti sociali, di cui fornisce una
esauriente informazione. Così come sulla rivolta
in Kabylia. Sul piano internazionale: chiede la creazione
di uno stato palestinese, ma riconosce l'esistenza di
Israele.
Posizioni politiche
scomode che l'hanno fatto entrare nel mirino sia del
governo che degli islamisti. Quattro giornalisti sono
stati assassinati tra il 1994 e il 1996, tra i quali
il direttore di allora, Said Mekbel. Sono stati invece
sventati due tentativi di attentati con autobombe contro
la sede del giornale quando si trovava nel quartiere
orientale di Hussein Dey. Per questo la redazione si
era trasferita a la Maison de la presse, dove si trova
la maggior parte dei giornali indipendenti. Ma i problemi
per Le Matin non sono finiti. Per chi lotta per la democrazia
in Algeria la strada è ancora lunga e irta di
ostacoli.Per questo i
giornalisti come Mohamed Benchicou e Hafnaoui Ghoul
di Djazaïr News che si trovano in carcere, meritano
la nostra solidarietà. Il posto dei
giornalisti che hanno il torto di raccontare verità
scomode non può essere dietro le sbarre, ma dietro
una scrivania. Solo così
l'Algeria potrà tornare a vantare nel mondo arabo
una invidiabile stampa indipendente. |
|